Diritto Civile

PRIVACY: I dati sulla salute dei cittadini non possono comparire sui siti web dei Comuni

Il Garante per la privacy ha fatto oscurare dai siti web di dieci Comuni italiani, di piccola e media grandezza, i dati personali contenuti in alcune ordinanze con le quali i sindaci disponevano il trattamento sanitario obbligatorio per determinati cittadini. Nuovi provvedimenti sono in arrivo per altri Comuni.
I dati personali Nelle ordinanze, con le quali i sindaci disponevano il ricovero immediato di diversi cittadini, erano infatti indicati "in chiaro" non solo i dati anagrafici (nome, cognome, luogo e data di nascita) e la residenza, ma anche la patologia della quale soffriva la persona (ad es. "infermo mentale"), o altri dettagli davvero eccessivi, quali ad esempio l'indicazione di "persona affetta da manifestazioni di ripetuti tentativi di suicidio". Il trattamento dei dati effettuato dai Comuni è risultato dunque illecito: come ha ricordato l'Autorità, le disposizioni del Codice della privacy, emanate dallo stesso Garante nel 2011, vietano espressamente la diffusione di dati idonei a rivelare lo stato di salute delle persone.
Ordinanze individuabili anche su internet Le ordinanze, per giunta, oltre ad essere visibili e liberamente consultabili sui siti istituzionali dei Comuni, attraverso link che rimandavano all'archivio degli atti dell'ente, erano nella maggioranza dei casi facilmente reperibili anche sui più usati motori di ricerca, come Google: bastava digitare il nome e cognome delle persone.

Rimuovere i dati dai motori di ricerca Nel disporre il divieto di ulteriore diffusione dei dati, l'Autorità per la privacy ha prescritto alle amministrazioni comunali non solo di oscurare i dati personali, presenti nei provvedimenti, da qualsiasi area del sito, ma anche di attivarsi presso i responsabili dei principali motori di ricerca per fare in modo che vengano rimosse le copie web delle ordinanze e di tutti gli altri atti aventi ad oggetto il ricovero per trattamento sanitario obbligatorio dagli indici e dalla cache.

INTERESSI DI MORA: Dal 1° maggio cartelle di pagamento al 5,2233%

Nuovo aumento a decorrere dal 1° maggio 2013, infatti, gli interessi di mora per ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo saranno determinati nella misura del 5,2233% in ragione annuale. Lo prevede un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate del 4 marzo scorso Protocollo n. 2013/27678.
Il provvedimento è stato reso pubblico sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 1, comma 361, della legge 24 dicembre 2007, n. 244.

L’articolo 30 del Dpr 29 settembre 1973 n. 602 stabilisce che, decorsi sessanta giorni dalla notifica della cartella di pagamento, sulle somme iscritte a ruolo, escluse le sanzioni pecuniarie tributarie e gli interessi, si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di moratori al tasso determinato annualmente con decreto del ministero delle Finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi.